Marco Cerrato: L’arte del Pantalonaio

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Marco Cerrato: L’arte del Pantalonaio

I Quartieri Spagnoli di Napoli rappresentano un qualcosa che va al di là del luogo fisico.

È un microcosmo che racchiude in se l’anima e il volto autentico della città partenopea, fatta di sacro e profano, dove chiese e icone sacre convivono con Maradona, Sophia Loren e Antonio de Curtis.

Si ha come l’impressione che tutto funzioni con dinamiche diverse da tutto il resto e che il tempo sia scandito da un orologio fermo.

Una linea immaginaria ne segna il confine dove chi come me non è parte, si sente in dovere di domandare permesso.

Per capire ed apprezzare tutto ciò bisogna tacere, guardare e ascoltare dimenticando luoghi comuni  e pregiudizi che da sempre ne macchiano ingiustamente la dignità donandogli un’aura di bellezza dannata.

 

Il colore dei panni stesi lungo i vicoli, lo sguardo diffidente delle anziane signore alle finestre che ispezionano “lo straniero”, il vociare alto della gente, sono la scenografia di questo grande teatro unico al mondo.

 

Il motivo del mio viaggio nel cuore di Napoli è alla scoperta di un mestiere sartoriale antico: il pantalonaio.

 

A pochi passi dalla chiesa di Santa Maria Francesca c’è la bottega di Marco Cerrato, pantalonaio di terza generazione che, insieme alla sua famiglia, porta avanti il mestiere dei sui antenati.

 

 

“Iniziai praticamente da bambino” mi racconta. “Passavo le mie giornate qui dentro a guardare papà lavorare e ricordo ancora quando all’età di 7 anni mi mettevo accovacciato sotto il suo banchetto a cucire”.

 

La famiglia di Marco ha radici antiche nella sartoria. Il papà del suo bisnonno era un famoso gilettaio. Con gli anni e le generazioni successive, l’attività, sempre a conduzione famigliare, ha spostato la sua produzione dai gilet ai pantaloni.

“Di gilettai nella nostra famiglia è rimasto solo zio Mario che ha 83 anni” mi dice Marco mostrandomi alcuni antichi cartamodelli di gilet.

 

Il papà di Marco, Ciro, lavora ancora senza sosta in bottega.

“All’età di 17 anni imparai il mestiere da lui. Oggi ne ho 40 e insieme a mia moglie, mio fratello e mia cognata portiamo avanti la nostra tradizione famigliare realizzando un pantalone che è rimasto tecnicamente invariato da 60 anni ad oggi.”

 

Nel mentre della nostra chiacchierata lo ammiro all’opera mentre applica le correzioni ad un pantalone già misurato in prima prova ad un cliente.

Con il gessetto segna le modifiche e taglia il tessuto dove serve per poi passarlo alla sua signora già intenta a cucire il mio pantalone.

 

“Realizzare un pantalone richiede tempo. Teoricamente, dal taglio al finito, occorre più di una giornata. Solitamente ci basta una sola prova al cliente.”

 

Dalla piccola finestra ovale che affaccia sui quartieri spagnoli entrano suoni di vita quotidiana e il caffè appena arrivato completa alla perfezione il tutto.

 

Dicevamo che la lavorazione è rimasta pressoché invariata. Ma la figura del pantalonaio è cambiata?

 

“La figura del pantalonaio si, è cambiata molto con l’avvento di internet.

Oggi grazie a Internet si ha una visibilità globale che ci ha permesso di allargare il mercato anche all’estero.

Però è un arma a doppio taglio perché fa sì che anche chi non ha determinati attributi e determinati standard riesce comunque a ritagliarsi una buona fetta di mercato puntando più sulla qualità dell’immagine che sulla qualità del prodotto. Ma questo in fin dei conti importa poco. Se lavori bene lavorerai sempre e noi ne siamo l’esempio.”

 

La maggior parte della clientela odierna è italiana oppure straniera?

 

“Fino a 15 anni fa la clientela napoletana era quella in maggior numero. La sartoria napoletana esiste proprio perché è Napoli che si vestiva bene.

Non è un caso che la sartoria napoletana sia rinomata in tutto il mondo.

Nobili, professionisti e imprenditori vestivano solo abiti fatti a mano e ciò ha permesso che la scuola sartoriale napoletana si affinasse e affermasse in tutto il mondo con nomi come Rubinacci e Attolini.

Oggi invece giapponesi, americani e nord europei sono i primi clienti in termini numerici, anche per una questione possibilità di spesa.

Ma gli italiani ci sono ancora e non ci dimentichiamo che abbiamo fatto il nostro lavoro per generazioni grazie ai clienti napoletani.”

 

Quali sono le caratteristiche che distinguono un pantalone di Marco Cerrato?

 

“La caratteristica fondamentale è che si tratta di un pantalone completamente realizzato a mano.

E’ il pantalone tipico napoletano che io chiamo a ‘cono gelato’ ovvero ampio sopra e a stringere man mano che si scende.

Riconosci il mio pantalone, inoltre, dalla vestibilità; cade dritto a piombo ma con morbidezza. E, soprattutto, nu sbacchettea annanz! Significa che non fa l’effetto scampanato quando cammini, cosa che detesto vedere in un pantalone.

 

Dopo aver provato i miei pantaloni e bevuto un ultimo sorso di caffè, saluto Marco con la certezza che quel posto è ormai tappa fissa dei miei continui viaggi partenopei… Come ‘o cafè!

 

Così come per salire, anche per scendere dal soppalco dove lavora, Marco mi ricorda come un mantra “metti sempre prima il piede destro… Nun te scurdà!”.

 

Mi incammino verso Via Toledo riflettendo su quanta passione, quanta maestria e quanta tradizione artigianale tramandata di padre in figlio è racchiusa dentro la piccola bottega di un vicolo.

 

Mi torna in mente una famosa frase di Luciano De Crescenzo: “A volte penso che Napoli possa essere ancora l’ultima speranza che resta alla razza umana.”

 

Già…

 

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